Atti del congresso

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Ruth Gaby Vermot Mangold
Ruth Gaby Vermot Mangold
ehem. Parlamentarierin und Mitglied des Europarates

Ruth-Gaby Vermot-Mangold (Dr. phil) ist Ethnologin und ehem. Mitglied des
Schweizer Nationalrates und der Parlamentarischen Versammlung des
Europarates. Als Mitglied des Vorstands von Kinderschutz Schweiz und
Parlamentarierin initiierte sie verschiedene Anliegen, um den Kinderschutz
zu verbessern. Themen waren: die Entführungen von Kindern durch einen
Elternteil, die Bekämpfung der Kinderpornographie im Internet, den Schutz
der Kinder in den Chaträumen, die Bekämpfung der Gewalt gegen Kinder, sowie
die Verbesserung der Bedingungen für den Familiennachzugs (vor allem der
Kinder) von Flüchtlingen und Asylsuchenden. 

Als Sprecherin des Europarates für den Südkaukasus befasste sie sich mit der
Verbesserung des Schicksals von Flüchtlingskindern in Kriegsregionen, mit
der Bekämpfung von illegalen Adoptionen in den Mitgliedstaaten des
Europarates und mit dem Verbot des Kinderhandels. 

Ruth-Gaby Vermot-Mangold präsidiert verschiedene Organisationen: PeaceWomen
Across the Globe, Society for threatened people, Observatoire Suisse du
droit d'Asile et des Etrangères und den Verein Chechen Archive.

La protezione del bambino e la politica

Riassunto

Nella sua conferenza la signora Vermot-Mangold si sofferma – dando un’ampia descrizione - sulla situazione della Svizzera in relazione al rispetto della Convenzione ONU sui diritti dei bambini e alle direttive emanate dal Consiglio d’Europa.

Nel 1997 la Svizzera ha di fatto ratificato la Convenzione ONU, accettando il primo accordo internazionale „che considera il bambino quale titolare individuale di diritti“. Con la ratificazione, la Svizzera si dichiara d’accordo di prendere „misure legislative adeguate“ per proteggere i bambini da ogni forma di violenza o maltrattamento fisico e psicologico, dalla negligenza, dalla trascuratezza e dall’abuso. A questo proposito sul terreno si è notato un miglioramento delle condizioni: per esempio, nella legge sul divorzio, nella lotta alla pornografia e alla prostituzione infantile, al turismo del sesso e alla tratta di minorenni; inoltre, è stata costituita un’apposita Legge Federale sul diritto penale minorile, è stata migliorata la legge sull’aiuto alle vittime, è stato creato lo SCOTT (Il Servizio di Coordinazione contro la Tratta di esseri umani e il Traffico di migranti), sono stati promossi progetti nell’ambito dei diritti dei bambini e della prevenzione del maltrattamento e degli abusi sessuali, dopo lunga battaglia è stato concesso un finanziamento di iniziative per la custodia dei bambini complementare alla famiglia, sono infine stati possibili il congedo maternità pagato di 14 settimane e l’armonizzazione degli assegni famigliari.Tuttavia, come lo fa notare la signora Vermot-Mangold resta ancora una lacuna importante da colmare: proteggere i bambini dalla violenza.

Discorso completo

La protezione del bambino e la politica

 

Gentili signore, egregi signori

 

A quanti drammi esponiamo i nostri bambini?

In tutto il mondo, la violenza sui bambini non conosce limiti: mutilazioni genitali, violenze fisiche e psichiche, omicidi all’interno delle famiglie, pornografia infantile su internet, bambini-soldato e bambini vittime di crimini di guerra, esodi, fame e miseria dei profughi... E dire che i bambini dovrebbero essere protetti, la loro integrità dovrebbe essere intoccabile e la loro sicurezza garantita. Questo è perlomeno quanto vuole la Convenzione ONU sui diritti del bambino, che è in vigore dal 1990 e ratificata da praticamente tutti gli Stati membri dell’ONU. Tuttavia, nemmeno questa Convenzione può impedire che si commettano reati contro il corpo e l’anima dei bambini.

 

Quando, in qualità di membro del Consiglio d’Europa, in seguito ai ripetuti episodi di guerriglia nella zona del Caucaso Nagorni Karabagh, ho visitato un campo profughi, una bambina di 8 anni urlava di preferire morire piuttosto che vivere tra quelle mura umide, senza scuola, senza libri e senza amiche.

In Palestina i bambini giocavano alla guerra, si „sparavano“ a vicenda con vecchie armi in disuso e cadevano a terra fingendosi morti; „Lo fanno anche i soldati“ mi disse un bimbetto con il viso deciso, arrossato dall’eccitazione.

La tredicenne Julia, in Cecenia, andava ogni mattina a prendere i bambini nei rifugi distrutti e li portava in una casa bombardata dove faceva loro da insegnante, con determinata severità. „I bambini devono imparare, altrimenti, quando finirà la guerra, saranno tutti ignoranti!“ disse seria. Mi pregò di portarle dei libri dalla Svizzera – „Sai, di quelli con delle belle case, con i prati verdi, le mucche grasse e i bambini che amano ridere.“ Quando le portai i libri che mi aveva chiesto, era già morta. Le avevano sparato in mezzo alla strada.

 

Guerra e distruzione, fughe e miseria, non sono preoccupazioni dei nostri bambini in Svizzera. Di solito hanno tutto ciò di cui necessitano. Eppure molti soffrono, perché vengono abusati, picchiati e umiliati. Le cifre sono spaventose: una bambina su tre e un bambino su sette sono abusati sessualmente e vittime di violenze. Sottoponiamo i nostri bambini a drammi tremendi, segreti, e spesso i bambini hanno paura di parlare e raccontare le loro sofferenze. E poi, per giunta, parlare con chi? Se coloro che commettono le violenze siedono al loro stesso tavolo!

La Convenzione ONU sui diritti dei bambini e il Consiglio d’Europa indicano la direzione da seguire

In Svizzera non esiste una legge che protegga i bambini dalla violenza, e questa è una grande lacuna. Nel 1990 (finalmente) la Convenzione ONU sui diritti dei bambini ha contribuito affinché venisse dibattuta la questione relativa ad una migliore protezione del bambino. Nel 1997, infatti, la Svizzera ratifica la Convenzione, accettando il primo accordo internazionale „che considera il bambino quale titolare individuale di diritti“. Con la ratificazione, la Svizzera si dichiara d’accordo di prendere „misure legislative adeguate“ per proteggere i bambini da ogni forma di violenza o maltrattamento fisico e psicologico, dalla negligenza, dalla trascuratezza e dall’abuso.

 

Benché la Svizzera abbia, incomprensibilmente, avanzato delle riserve, dopo la ratifica sono comunque avvenuti diversi miglioramenti, per esempio, nella legge sul divorzio, nella lotta alla pornografia e alla prostituzione infantile, al turismo del sesso e alla tratta di minorenni; inoltre, è stata costituita un’apposita Legge Federale sul diritto penale minorile, è stata migliorata la legge sull’aiuto alle vittime, è stato creato lo SCOTT (Il Servizio di Coordinazione contro la Tratta di esseri umani e il Traffico di migranti), sono stati promossi progetti nell’ambito dei diritti dei bambini e della prevenzione del maltrattamento e degli abusi sessuali, dopo lunga battaglia è stato concesso un finanziamento di iniziative per la custodia dei bambini complementare alla famiglia, sono infine stati possibili il congedo maternità pagato di 14 settimane e l’armonizzazione degli assegni famigliari.

 

I rapimenti dei propri figli da parte di un genitore sono aumentati negli ultimi anni. Questo sviluppo ha motivato l’allora ministro di giustizia a convocare tempestivamente una commissione di esperti che si occupasse di questo problema. Motivo di questa insolita solerzia elvetica sono stati i recenti casi di rapimento che avevano avuto un ampio eco mediatico. I risultati della commissione di esperti sono incoraggianti, tuttavia, secondo gli psicologi dell’infanzia, non vengono messi in pratica. La proibizione della pedo-pornografia in internet è stato un altro argomento importante e diverse mozioni hanno fatto sì che si sia creato lo SCOCI (Servizio nazionale di Coordinazione per la lotta contro la Criminalità su Internet), con lo scopo di perseguire la pedo-pornografia in internet, oggi operativo con successo. A ciò si sono aggiunte le misure intraprese contro la tratta dei minori e lo schiavismo minorile e, recentemente, è stato emanato un articolo di legge che proibisce la mutilazione genitale nelle bambine.

 

Ci sono invece voluti anni, per esempio, affinché finalmente nel 2005 il Parlamento approvasse l’introduzione del congedo di maternità pagato per 14 settimane. Di un congedo genitoriale generale come in uso nei paesi nordici non se ne parla. Anzi, una recente richiesta in questo senso è appena stata nuovamente rifiutata dall’attuale legislatura che sta per volgere al termine. Anche le strutture di accoglienza dei bambini saranno, in un prossimo futuro, carenti e molti genitori dovranno continuare a fare i salti mortali per riuscire a conciliare attività professionale e cura dei bambini, visto che mancano strutture di accoglienza.

 

Nuove norme legislative sono state introdotte anche in relazione ai diritti dei figli di richiedenti d’asilo, al ricongiungimento famigliare per i rifugiati provvisoriamente accolti e riconosciuti, nonché per i figli dei „Sans-Papiers“ che desiderano seguire un apprendistato e che finalmente potranno farlo.

Molte mozioni parlamentari hanno riscosso tuttavia soltanto uno scarso successo, in quanto in Parlamento siedono molte persone mal disposte nei confronti degli stranieri, le quali non si orientano alle norme di protezione dell’infanzia, bensì ai dettami dei loro partiti.

Le richieste per una protezione dell’infanzia migliore hanno ottenuto qualche balzo in avanti sicuramente anche grazie al Consiglio d’Europa del quale la Svizzera è membro. Sin dalla sua nascita, il Consiglio d’Europa ha ripetutamente reso attenti al fatto che i bambini necessitano di misure particolari per la protezione della loro integrità. Il Consiglio d’Europa richiede inoltre (l’ultima richiesta risale ad aprile 2011), una protezione giuridica e sociale contro lo sfruttamento dei bambini, la prostituzione, la pedo-criminalità, contro l’incesto, la pedofilia, le procedure giuridiche inadeguate, contro la violenza e le mutilazioni genitali nelle bambine e, soprattutto, contro la violenza e l’abuso all’interno della famiglia. In considerazione della mancanza di risposte a queste richieste, il Consiglio d’Europa ha modificato la propria strategia e nel 2006 ha lanciato una campagna contro „il maltrattamento dei bambini“ („maltraitance des enfants“). La campagna si è svolta in tutti i 47 Stati membri. Mi auguro, con successo. 

 

La diatriba

L’elenco giunto al Consiglio Federale attraverso il Parlamento (naturalmente con l’aiuto delle ONG) è positivo. Tuttavia, come spesso accade, il problema consiste nella tempestività d’applicazione a livello dei cantoni. Nel sistema federale le leggi vengono applicate in maniera molto diversa. I governi e parlamenti cantonali e municipali agiscono in modo diverso e a ciò si aggiunge il fatto che spesso si lamentano risorse economiche troppo scarse. Questa è una scusa che non vale per tutto, dato che la maggioranza borghese in Parlamento è riuscita, in prossimità delle elezioni, a far approvare i fondi per l’acquisto di aerei da combattimento. Scandalo! Scandalo in quanto così si sperperano insensatamente miliardi che dovrebbero essere impiegati in Svizzera per questioni sociali ben più importanti. Queste decisioni incomprensibili fanno si che i cittadini interessati perdano facilmente la fiducia nella politica. 

 

Una lacuna fastidiosa – la Legge Federale sulla protezione dalla violenza

Sia la Convenzione ONU sui diritti del bambino che il Consiglio d’Europa invitano gli Stati a dotarsi di una legge sulla protezione contro la violenza nei confronti dei bambini. Tuttavia chi in Svizzera si batte per proibire le punizioni corporali, si scontra con un tabù sul quale spesso si fanno battute del genere “uno schiaffo al momento giusto non ha mai fatto male a nessuno”, e nel contempo si è confrontati anche con forti resistenze.

 

Non è un’eccezione, anche in Svizzera i bambini subiscono costantemente punizioni corporali per cosiddetti “motivi educativi”. Vengono picchiati, bastonati, tirati per i capelli e scossi. Ogni sberla e altra forma di violenza fisica tra adulti è considerata un reato contro l’integrità della persona, sono “vie di fatto” e di conseguenza sono considerate reati perseguibili. Che ciò non sia così proprio nei confronti di coloro che maggiormente necessitano della nostra protezione, va al di là di ogni ragionevole logica.

 

Secondo uno studio[1] in Svizzera il 40 % di tutti i bambini tra un anno e i quattro anni subiscono punizioni corporali[2] una volta alla settimana. Un motivo quindi per agire con urgenza, perché le conseguenze sono preoccupanti. Studi internazionali indicano che non soltanto in caso di gravi percosse, bensì anche per punizioni lievi, vi è un aumento dei rischi per i bambini e i giovani: chi è stato picchiato da bambino, tende a commettere più reati in età adolescenziale. La violenza giovanile deve di conseguenza essere compresa e interpretata sempre anche sotto questo aspetto, proprio perché il rischio di comportamenti violenti da parte dei giovani è più che raddoppiato in coloro che da bambini sono stati vittime della violenza genitoriale, rispetto a chi è cresciuto senza subire violenza da parte dei genitori. Maggiori sono la durata e l’intensità della violenza esercitata dai genitori, e più alto è in futuro il rischio per le vittime di commettere atti di violenza. Inoltre, ci sono indicazioni che le punizioni corporali portano, più tardi, all'uso della violenza, particolarmente quando sono associate con una carenza di calore e amore da parte dei propri genitori. Le punizioni corporali nell’educazione comportano sempre delle ferite, spesso causano problemi psico-sociali, paure, carenza di contatti, aggressività e mancanza di empatia a vari livelli. Inoltre, sussiste il rischio che i bambini, a loro volta genitori, tenderanno anch’essi a picchiare i loro figli perché essi stessi sono stati picchiati. Un circolo vizioso di violenza!

 

Divieto di violenza a livello mondiale

Nel 2009 erano 24 i paesi che disponevano di un divieto di violenza nell’educazione -  non la Svizzera[3]. Laddove esiste il divieto di punizioni corporali e altri maltrattamenti che ledono l’integrità dei bambini, ed esso viene applicato, la violenza fisica sta regredendo, benchè lentamente e non nella misura auspicata.

 

Divieto di violenza in Svizzera – un tentativo (fallito)

Dato che né il Consiglio Federale, né il Parlamento facevano nulla per dare seguito alle raccomandazioni della Convenzione ONU e del Consiglio d’Europa, nel 2006 ho lanciato un’iniziativa parlamentare con il sostengo della Fondazione Svizzera per la protezione dell’infanzia, pur essendo consapevole del fatto che già altri colleghi ci avevano provato. L'intento era di elaborare una legge per la protezione dalla violenza, che proteggesse i bambini dalle punizioni corporali e da altri trattamenti umilianti che avrebbero leso la loro integrità fisica e psichica. Nella consapevolezza che i divieti avrebbero indotto i genitori a ricorrere alla violenza psicologica, e che non avrebbero migliorato le competenze genitoriali, chiesi anche delle misure per il sostegno dei genitori attraverso proposte di formazione o attraverso dei consultori. Non era assolutamente mia intenzione considerare i genitori dei criminali, bensì porre le basi per la promozione di un metodo educativo privo di violenza.

 

Il cammino attraverso le istanze

Alle camere, prima che la discussione sull'iniziativa cominciasse, mi feci consigliare dalla Fondazione Svizzera per la Protezione dell’Infanzia della quale ero membro, e da altri professionisti.  Ben presto ci siamo resi conto che una nuova normativa del codice penale non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere approvata. Questa sarebbe stata adottata in ultima ratio, per esempio quale mezzo coercitivo per l'imposizione dell'obbligo di un corretto comportamento dei genitori. Un divieto dell’uso della violenza nell’educazione doveva essere in primo luogo un appello ai genitori e non all’autorità di protezione dei minori e nemmeno una norma nel diritto penale, in quanto questo non è orientato primariamente al benessere del bambino. Era quindi consigliabile l’introduzione del divieto all’interno dell’articolo relativo all’autorità parentale del codice civile, ovvero l’articolo 302 che tratta i diritti e i doveri dei genitori nell’educazione dei figli. In primo luogo volevamo dunque realizzare una protezione dell’infanzia di diritto civile, perché a lungo termine si voleva ottenere un cambiamento di mentalità, senza che ne conseguissero sanzioni o costose procedure civili. Abbiamo anche deciso, in maniera consapevole, di rinunciare all’introduzione del divieto nella costituzione, dato che esiste già l’articolo 11 - una normativa generale e positiva -, che garantisce la protezione dei bambini e dei giovani. L'obbligo di provvedere alla corretta concretizzazione viene affidato ai legislatori a livello federale e cantonale.

 

Il mio compito successivo fu quello di inserirmi nella rete del Consiglio Nazionale, discutere con le colleghe dell’ala borghese, spiegar loro le mie motivazioni e avvicinarle alle mie proposte, in maniera tale da ottenere il loro consenso a favore dell’iniziativa, anche in assenza dell’adesione del loro partito.

 

La Commissione giuridica consegnò la mia iniziativa – per la gioia di tutti coloro che se ne erano occupati seriamente – oltretutto con soltanto 1 voto di scarto. Penso comunque di aver argomentato bene e di avere fatto un buon lavoro di lobbying. L’indicazione di un’iniziativa nel codice civile, della possibilità di consulenza per i genitori, delle cifre spaventose riguardo alle punizioni corporali sui bambini in Svizzera, ma anche gli effetti positivi della legge per la protezione dell’infanzia applicata in Germania hanno avuto effetto. Tra i cambiamenti avvenuti in Germania per esempio, c’è il fatto che nei genitori ha preso maggiormente piede il modello di un’educazione priva di violenza, che si dibatte apertamente della violenza nell’educazione, che non c’è stato un effetto di criminalizzazione dei genitori, che in seguito all’introduzione della normativa a tutela dalla violenza, nell’ambiente sociale circostante della vittima spesso si reagisce ai fatti di maltrattamento dei bambini e che i consultori e organi d’aiuto possono rendere attenti i genitori ai limiti imposti dalle norme vigenti sulla libertà educativa genitoriale.

Tuttavia, concretamente, in Germania c’è stata soltanto una leggera regressione della violenza. A maggior ragione si rendono indispensabili misure a lungo termine.

 

 

Rimproveri e sostegno da parte dei media

Nel frattempo anche i media hanno notato quanto il tema della protezione dalla violenza sui bambini sia controverso. Nonostante le aperture siano state spesso populiste, i media hanno riferito comunque in maniera ben differenziata.

 

„Genitori attenzione! I politici vogliono proibire le sberle“, titolava il seguitissimo SonntagsBlick. Il testo in sè era tuttavia molto moderato, l’annuncio della mia iniziativa parlamentare era sostenuta da molte colleghe parlamentari e specialisti intervistati. Soltanto uno sosteneva l’opinione diffusa che “un ceffone al momento giusto, non nuoce*”.

 

„È finito il tempo delle punizioni corporali“, titolava Cooperazione (aprile 2006), e citava in seguito un’ampia intervista fatta all’allora  specialista della Fondazione Svizzera per la protezione dell’Infanzia, Andrea Hauri, „I bambini che sono stati picchiati, tendono, più tardi, a picchiare a loro volta“.

 

 „Ogni schiaffo è uno schiaffo di troppo. In Svizzera si vogliono proibire le punizioni corporali “, era il titolo del Balser Zeitung (novembre 2007). Seguiva un articolo serio con indicazioni sugli impegni non rispettati che la Svizzera si era assunta con la ratificazione della Convezione ONU sui diritti dei bambini.

 

„Un bambino su tre viene picchiato“, scriveva le Matin e sosteneva, presentando le cifre di nuovi studi, che la legge in Svizzera non è sufficiente a garantire la protezione dell’infanzia.

 

Un’intervista con lo psichiatra infantile bernese, Christian Wüthrich era titolata così: „Non esistono schiaffi a fin di bene”. Lo specialista elencava poi quali conseguenze comporta il fatto di picchiare i bambini. Mostrava comprensione ma nessuna tolleranza nei confronti dei genitori che, spesso stressati e abbandonati a se stessi, di fronte alla propria impotenza, ricorrono alle botte. (Bund)

 

Dopo il rifiuto della mia iniziativa da parte della Commissione giuridica del Consiglio degli Stati, il Bund (2009) domandava nuovamente: “Esiste un “momento giusto” per le botte?“ Il giornalista Daniel Goldstein si occupava allo stesso tempo della campagna del Consiglio d’Europa “Abolizione delle punizioni corporali sui bambini” e della sempre difficile domanda di come insegnare i limiti ai bambini esuberanti.

 

Il Beobachter, nel titolo del suo articolo, citava la consigliera nazionale del PS Jacqueline Fehr: “Non si possono lasciare soli i genitori“. Alla domanda, se è necessaria una regolamentazione giuridica, Fehr affermava: “Abbiamo definito su centinaia di pagine come tenere in modo adeguato gli animali, per esempio che il pesce rosso abbia acqua a sufficienza o che la gabbia del coniglio non sia troppo piccola. Ma non abbiamo una legge esplicita per la protezione dei bambini. Questo è assurdo”.

 

In un articolo della NZZ am Sonntag del marzo 2005, l’ex collega parlamentare, Professor Susette Sandoz, faceva addirittura un appello a favore delle punizioni corporali, „Evviva il sedere sculacciato“.

 

Queste sono solo alcune delle molte reazioni dei media. Le giornaliste con cui ho parlato, hanno trattato l’argomento quasi esclusivamente con rispetto. Molti hanno approfondito la questione dell’applicazione della legge, delle cifre nere dei reati, del senso delle sanzioni  per i genitori e del sostegno ai genitori che picchiano. I servizi si sono occupati anche della prevenzione esistente che però pare non essere molto efficace.

 

Tempi parlamentari…

Ho già detto che gli ingranaggi parlamentari si muovono molto lentamente. Nel 2008, dunque circa due anni dopo che avevo inoltrato la mia mozione, anche la commissione giuridica del Consiglio degli Stati si è occupata dell’iniziativa. Nel frattempo avevo lasciato il Parlamento e affidato la questione alle mie colleghe. Rimasi perciò sconvolta quando vidi che il Consiglio degli Stati aveva rifiutato l’iniziativa con 8 voti contro 3. La quanto mai misera motivazione era: abbiamo già sufficienti leggi che garantiscono la protezione dell’infanzia. Inoltre, ciò che l’iniziativa chiedeva non era comunque negoziabile. Così l’iniziativa prese la via dell’abituale retrocessione alla Commissione giuridica del Consiglio Nazionale, la quale affermò laconica, che in seguito a un nuovo esame della questione, la maggioranza della Commissione era ora dell’opinione che le leggi esistenti erano sufficienti. L’iniziativa venne dunque definitivamente sepolta con 11 voti contro 9. Di conseguenza, oggi ancora, la Svizzera non dispone di una legge per proteggere i bambini dalla violenza.

 

Così fu. Il prossimo 23 ottobre in Svizzera verrà eletto un nuovo Parlamento. È necessaria la pressione da parte della società, affinché le  parlamentari motivate facciano un nuovo tentativo, all’insegna del detto: “chi la dura, la vince”… anche in Svizzera!



[1][1] Meinrad Perrez:“Bestrafungsverfahren von Erziehungsberechtigten in der Schweiz“, Uni Fribourg 2004

 

[2][2] Secondo il medesimo studio, 1700 bambini al di sotto di 2,5 anni sono stati picchiati con oggetti vari, 3500 bambini hanno preso delle sculacciate e 1300 bambini, sempre al di sotto die 2.5 anni, hanno preso delle sberle. Dal 1990 si nota una diminuzione della violenza fisica, per contro si registra un aumento della violenza psicologica.

 

[3][3] Fino al 2009 erano 24 paesi: Svezia (1979), Finlandia (1983), Norvegia (1987), Austria (1989), Cipro (1994), Danimarca (1997), Lettonia (1998), Croazia (1999), Bulgaria (2000), Israele (2000), Germania (2000), Islanda (2003), Ucraina (2004), Romania (2004), Ungheria (2005), Grecia (2006), Olanda (2007), Nuova Zelanda (2007), Portogallo (2007), Venezuela (2007), Uruguay (2007), Spagna (2007), Costa Rica (2008) e Moldavia (2008).
 

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