Atti del congresso

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Nahum Frenck
Pediatra, Terapeuta familiare, Losanna, Svizzera

Né au Pérou, arrivé en Suisse en 1961, diplôme de médecin et Doctorat en 1966. Formation de Pédiatrie au Johns Hopkins Hospital de Baltimore et à la Clinique infantile du CHUV à Lausanne. Installation à Lausanne comme Pédiatre en1972. Pratique la thérapeute de famille depuis 1978. En 1982 séjour de formation post-grade au Mental Research Institut de Palo Alto (P: Watzlawick, Carlos Sluzky). Pratique mixte pédiatrie systémique - thérapie de famille entre 1972 et 2005. Pendant 10 ans, médecin responsable du Service d'Éducation sexuelle de Profa et à ce titre mise en place en 1994 d'un Programme de prévention de la violence dans les écoles vaudoises. Superviseur pendant près de 10 ans au SPJ (Service de la Protection de la Jeunesse), à l'Office de Mineurs de La Chaux de Fonds, à l'Institut Près de Vert à Rolle et à l'OTG (Office du tuteur général) du Canton de Vaud. Conférencier et enseignant au CEF (Centre d'étude de la famille), à la formation Enfant et famille du SUPEA, et à l'Escuela (Centre de formation à l'approche systémique à Lausanne). Ancien membre du Groupe de référence cantonal de mauvais traitements des enfants. Président fondateur de l'AVDITS (Association Vaudoise d'interventions et thérapie systémiques); Depuis 2003 co-directeur avec le Dr G. Salem de la CIMI (Consultation Interdisciplinaire de la Maltraitance Intrafamiliale) à Lausanne.

Le gioie e le difficoltà dell’essere adolescente: come aiutare l’adolescente a spiccare il volo senza maltrattarsi?

Riassunto

Questa conferenza parla, come lo indica il titolo, dell’adolescente, ma anche di tutti noi perché il Dottor Nahum Frenk sostiene che “quando dico adolescente mi riferisco a persone da zero ai novantanove anni”. Durante la conferenza Frenk ha presentato in maniera spumeggiante le sfide variegate alle quali si confronta l’adolescente e chi gli sta attorno: “per l’adolescente è una sfida l’adolescenza stessa, una sfida nei confronti degli adulti e verso se stesso, ma anche una sfida dei genitori verso se stessi e una sfida dei genitori verso l’adolescente. Ci sono inoltre le sfide dell’adolescente nei confronti degli altri adolescenti”. Numerosi e interessanti sono inoltre i quesiti sollevati da Frenk: “Cos’è l’adolescenza? E le tempistiche necessarie per passare dalla decostruzione di un’immagine di sé, alla ricostruzione di un’altra immagine di sé? Cosa succede nell’interfaccia che esiste fra l’adolescente e il mondo esterno?” Affermando che “L’adolescente ha bisogno di essere amato, desiderato, degno di affetto, ha bisogno di tenerezza degli altri, ma non può chiederla, poiché non conosce ancora il suo vero valore reale.”, Frenk fornisce una serie di esempi tratti dalla sua pratica quotidiana di pediatra e medico di famiglia – due lavori inscindibili, secondo lui - grazie ai quali Frenk ci permette di capire come sia possibile e importante districarsi attraverso il codice semantico dell’adolescenza per continuare a tessere un dialogo fondamentale per noi e per l’adolescente stesso. Facendo poi riferimento Hannah Arendt e al suo testo “La crise de la culture” (1972)” Frenk ci interroga sulla nostra responsabilità d’adulti nei confronti degli adolescenti che ci stanno attorno.

Discorso completo

Sono stato presentato come pediatra e terapeuta familiare: questi non sono due mestieri, è un mestiere solo. Durante la mia pratica come pediatra ho notato che c’erano molte disfunzioni familiari che venivano trattate psichiatricamente; allora – durante una rivoluzione interiore - mi sono detto che così non andava bene: le disfunzioni familiari vanno trattate tramite la terapia familiare.

Oggi parleremo dell’adolescente, parleremo di noi, e quando dico adolescente mi riferisco a persone dagli zero ai novantanove anni, poiché si parla molto dell’adolescente, e lo si stigmatizza molto. Ma quando mi hanno detto che nella platea c’erano anche delle educatrici dell’infanzia ne ero felice perchè mi sono detto, “ecco coloro che lavorano con i primi adolescenti”.

L’adolescente è confrontato a delle sfide, per l’adolescente è una sfida l’adolescenza stessa, una sfida nei confronti degli adulti e verso se stesso, ma è anche una sfida dei genitori verso se stessi e dei genitori verso l’adolescente. Ci sono inoltre le sfide dell’adolescente nei confronti degli altri adolescenti.

Cos’è l’adolescenza? E le tempistiche necessarie per passare dalla decostruzione di un’immagine di sé, alla ricostruzione di un’altra immagine di sé? Si potrebbe dire che l’adolescente “non è più”, ma allo stesso tempo “non è ancora”, per me questa è la definizione dell’adolescenza, un periodo dinamico durante il quale non siamo più e contemporaneamente non siamo ancora. Si tratta cioè di un momento che viviamo ogni giorno della nostra vita poiché non siamo più ciò che eravamo ieri, e non siamo ancora ciò che saremo domani. Dunque l’adolescenza si svolge su un lungo periodo, ed è per questo che ho utilizzato questa definizione.

Prendiamo ora l’adolescente caratteristico, quello che è chiamato “teenager” – colui che si trova nella fase dove è più grande dei suoi vestiti e al quale succedono delle cose a livello del corpo -, concentriamoci sul suo mondo interiore. Gli adolescenti vivono una crisi d’identità, durante la quale sono confrontati a cambiamenti fisici e psicologici - si percepiscono in maniera diversa. Delle cose cominciano a muoversi nei pantaloni dei ragazzi, delle cose cominciano ad apparire sotto i pullover delle ragazze.

Ci sono inoltre odori che sorprendono. I genitori che gli dicono: “vai a farti la doccia” quando il ragazzo l’ha appena fatta. Ci sono gli ormoni che si agitano, i peli che cominciano a crescere. Ci sono molte cose che accadono al corpo dell’adolescente, che non si riconosce e che può passare ore davanti allo specchio – per discutere con se stesso - per imparare a conoscersi. Nella sua mente sorgono domande: “Chi sono? Dove vado? Ho voglia di crescere? A che velocità? Crescere farà peggiorare le cose? E se poi è peggio?”. C’è una certa costruzione dell’identità, che mobilizza molta energia fisica e psichica dell’adolescente. È il momento della porta chiusa e del dialogo impossibile. Io sono un terapeuta sistemico, dunque per me tutte le frecce hanno due punte, ciò significa che il momento della porta chiusa per l’adolescente è un momento della porta chiusa per i genitori. E i genitori che si trovano dall’altra parte della porta chiusa si chiedono cosa stia succedendo all’interno della camera. L’adolescente allo stesso tempo si chiede cosa ne pensano i suoi genitori di questa porta chiusa. Quest’ultima è molto simbolica, come lo è questo periodo durante il quale il dialogo è impossibile. L’adolescenza è accompagnata da una sorta d’ibernazione, un bisogno di chiudersi nel proprio guscio, di proteggersi e di ripiegarsi su se stessi. L’adolescente deve inizialmente fare conoscenza con se stesso, per riuscire in seguito a fare la conoscenza degli altri. Ma quali sono i compiti che il giovane deve svolgere durante l’adolescenza? Egli deve emanciparsi dai genitori, acquisire la sua identità sessuale, implicarsi nella sua sessualità e gestirla, e ancora acquisire le sue competenze professionali. La negoziazione di questi compiti condurrà l’adolescente a sviluppare un’identità propria e una personalità realista, stabile e positiva; ciò idealmente: ma c’è il mondo esteriore. Cosa succede nell’interfaccia che esiste fra l’adolescente e il mondo esterno? L’adolescente si protegge dalla sua vita interiore tramite una serie di regole esterne. Non c’è niente di più simile a un adolescente che un altro adolescente. È il suo modo di differenziarsi dai genitori che fa sì che si ritroverà a far parte di un gruppo piuttosto che di un altro. Mettendo delle regole esteriori e attaccandosi al proprio corpo – che, come noi sappiamo, è stato “fabbricato dai genitori”. Fare un piercing per un adolescente è come piantare la bandiera spagnola per Cristoforo Colombo sul suolo americano, dicendo: “Questa terra mi appartiene”. L’adolescenza rappresenta la conquista del proprio corpo, un corpo che tuttavia l’adolescente non conosce del tutto, possiamo dunque immaginare lo stato di angoscia in cui si trova. Finkielkraut, nel magnifico libro “La sagesse de l’amour”(1984), parla della nascita dell’altro all’interno della famiglia. “Straniero e vicino, lontano nella sua stessa prossimità”, credo che sia un modo molto bello di parlare dell’adolescente, che tra le altre domande si pone anche questa: “In che maniera posso lasciarli senza tuttavia perderli?”.

Gli adolescenti hanno delle priorità. Essi danno la precedenza al sogno sulla realtà. Non si tratta di egoismo, ma di amore per se stessi, di amore-odio nei confronti di se stessi. La caratteristica dell’adolescente è la coesistenza di concetti contrari l’uno all’altro. Gli adolescenti sono e non sono, amano e non amano, sono contenti e sono tristi. Questa coesistenza di due stati opposti tra di loro è lo stato normale, un adolescente è un essere che ha il piede in due scarpe ed è la posizione più comoda che un adolescente possa avere. Winnicott affermava che l’adolescenza è “l’orgasmo del sé”, uno stato d’amore. L’adolescente ha bisogno di essere amato, desiderato, degno di affetto, ha bisogno di tenerezza degli altri, ma non può chiederla, poiché non conosce ancora il suo vero valore reale.

Ma siamo confrontati a molti miti:

1)      L’adolescente è automaticamente lunatico e dovrebbe essere perdonato per questo. – si tratta di un mito che circola e che cercherò di demistificare

2)      Agli adolescenti non piace parlare con i propri genitori, o con degli altri adulti riguardo ai loro problemi e alle loro conseguenze.

3)      Gli adolescenti hanno bisogno di molta libertà per imparare a essere autonomi.

Questi miti andrebbero distrutti secondo me, poiché ostacolano il dialogo fra le diverse generazioni, tramite il pretesto che non si ha un tipo di linguaggio simile, si finisce per tacere. Oggi uno dei problemi più grandi che si riscontra negli adolescenti è il silenzio intergenerazionale. Il bambino, l’adolescente che non riesce ad avere uno scambio con gli adulti crederà di sapere più di quanto non sappia e che possa fare più di quanto non debba. Un adolescente che si trova in uno stato di panne della comunicazione, delle relazioni con gli adulti, avrà un’immagine errata di sé e della relazione con l’adulto.

Ho avuto un colloquio con una famiglia che mi aveva consultato: il padre medico, cinquantadue anni, sua moglie insegnante, quarantotto anni. Essi mi avevano preso contatto perchè sostenevano che non si potesse parlare con gli adolescenti. L’uomo era vestito di grigio, camicia, cravatta, estremamente misurato. La moglie era un esempio tipico d’insegnante - se non mi avesse detto di esserlo, avrei potuto indovinarlo. Tre adolescenti adorabili, simpatici, quattordici, sedici e diciotto anni, ma che stavano seduti composti. La seduta si è svolta molto bene, abbiamo parlato tranquillamente, ma mi addormentavo ... mi addormentavo, mi addormentavo e dovevo pizzicarmi le natiche per tenermi sveglio. A fine seduta ho sospirato con il mio coterapista. Quindici giorni dopo sono tornati per un’altra seduta e ho detto al mio collega che avremmo fatto qualcosa di molto interessante: “Io non voglio addormentarmi e cercherò d’essere il più possibile a mio agio”, abbiamo così deciso di mettere della musica jazz durante la seduta. La famiglia arriva, tutti e cinque erano bloccati, tesi, si sono seduti e hanno cominciato a guardarsi tra di loro, chiedendosi dove fossero finiti. Si trattava di jazz classico perché non volevamo “urtarli”. Abbiamo dunque cominciato la seduta che si è rivelata: molto più animata della volta precedente, molto più piacevole, in cui i giovani si sono lasciati andare un po’ di più, dove la madre e in seguito anche il padre si sono sbloccati un po’. La seduta è durata un’ora. Dopo quindici giorni sono tornati e avevano con loro dei sacchetti della Migros, ci hanno detto “sapete, con l’ultima seduta ci avete fatto una sorpresa, ma adesso ne faremo una a voi”. Avevano con loro una bottiglia di champagne, del succo di frutta, delle spagnolette e dei biscotti. Hanno affermato che volevano rendere più piacevole la seduta con l’aperitivo che avevano deciso di offrirci. Con questo esempio si vede fino a che punto l’attitudine del terapeuta, dell’educatore, permette di accedere non solo al paziente, ma anche alla sua umanità. Dopo questa seduta con l’aperitivo, durante la quale abbiamo discusso – con il bicchiere mano - di argomenti molto seri, apertamente, abbiamo costatato che la seduta era stata molto più fruttuosa delle tre o quattro precedenti, durante le quali non riuscivamo a sorpassare il ghiaccio che si era creato nella relazione.

In qualità genitori abbiamo bisogno che l’adolescente abbia bisogno di noi, mentre l’adolescente ha bisogno di non aver bisogno di noi. È per questo motivo che spesso l’adolescente ci chiede se abbiamo intenzione di restare a casa mentre arrivano i suoi amici, così che possano restare tra di loro. Altre volte invece ci chiedono perché usciamo. È come se i genitori e l’adolescente fossero sfasati rispetto a quando bisogna essere presenti e quando no.

 

Ci sono due sentimenti opposti che coesistono, per esempio l’adolescente ha paura di cambiare e nel contempo voglia di farlo. Non è più lo stesso, ma non è nemmeno ancora un altro. L’adolescente è costantemente in oscillazione tra due poli ed è questo che ci scombussola e mette in difficoltà la nostra logica di adulti. Bisogna sottolineare l’importanza della distanza relazionale nei confronti dell’adolescente. Tutti noi abbiamo vissuto la nostra adolescenza e sappiamo che anche fisicamente l’adolescente, nella sua relazione con i genitori, dal punto di vista non verbale e corporale ha degli atteggiamenti ben determinati. Mia figlia quando aveva dieci anni mi abbracciava spesso e mi baciava ed io ricambiavo. A quattordici anni invece evitava il contatto fisico. I ragazzi sono molto in imbarazzo quando le loro madri li abbracciano davanti agli altri, dato che mamma e papà sono una donna e un uomo, questa distinzione è molto importante. L’adolescente ha paura dell’autonomia, ma nello stesso tempo ne ha bisogno, ciò è difficile da capire per molti adulti. Noi facciamo tanti errori con gli adolescenti, quando non capiamo questa contraddizione. Un altro modo di affrontare questo problema riguardante l’autonomia è dire che l’autonomia dei bambini passa attraverso quella dei loro genitori. Spesso si vedono famiglie nelle quali i bambini sono un po’, come li definisco io, semantici, o Haraldit (nota marca di colla, ndr), e fungono da colla, la quale fa sì che la coppia resti unita, dove i genitori restano bloccati nel loro ruolo di genitori. L’adolescente è dunque una sfida per l’adulto, e questo passaggio critico degli adolescenti mette a loro volta in difficoltà i genitori, la capacità della coppia di funzionare come coppia coniugale. Ci sono molte coppie che, alla nascita del figlio, smettono di essere una coppia coniugale per essere una coppia genitoriale. A questo momento il ruolo del bambino è fortemente deviato, il bambino è usato come colla per la coppia. Un tempo, quando c’era ancora l’abitudine delle visite prenatali chiedevo ai genitori di parlare con me e gli chiedo quale fine settimana avessero deciso di prenotare            per partire come coppia coniugale durante il primo anno di vita del bambino. Essi mi rispondevano che il bambino non era ancora nato, che sarebbero stati genitori di lì a poco, che non potevano pensare ai fine settimana romantici mentre loro figlio era ancora piccolo. Io rispondevo loro che in qualità di pediatra dovevo garantire l’autonomia del bambino e questa passa attraverso l’autonomia della coppia. Esigevo dalla coppia di annotare provvisoriamente un fine settimana durante il primo anno di vita del figlio, durante il quale avrebbero funzionato come una coppia coniugale. Ciò che è in gioco è la struttura stessa del legame coniugale, per paura di perdere il bambino la sua venuta al mondo rischia di far esplodere la coppia.

Ho avuto una situazione in cui una famiglia mi ha consultato, con una figlia di diciotto anni che frequentava il liceo, un’allieva brillante. Ma avevano dei problemi, poiché la figlia si era innamorata di un ragazzo di Lucerna e voleva passare un fine settimana su due a Lucerna con questo ragazzo che aveva diciannove anni. I genitori erano contrari e hanno deciso di recarsi da un terapeuta familiare per sottoporgli la situazione. Ho detto alla ragazza che poteva sempre fuggire di fronte ai continui rifiuti dei genitori, lei mi ha risposto che la situazione era ben peggiore: il ragazzo poteva venire a Losanna per passare il fine settimana con la ragazza, dormivano nella stessa camera, la domenica mattina facevano colazione insieme, poiché i genitori trovavano il ragazzo una brava persona. Ma non era escluso che la figlia andasse a Lucerna. Gli ho chiesto di spiegarmi il motivo per il quale lui poteva andare da loro, mentre la figlia non poteva recarsi a Lucerna. Mi hanno detto che avrebbero voluto spiegarmi il motivo mentre la figlia non era presente poiché si trattava di qualcosa che non la concerneva. Ho chiesto alla ragazza di uscire un attimo. La signora a questo punto mi ha spiegato che lei e suo marito hanno un problema sessuale grave, che suo marito ha bisogno di molte stimolazioni per funzionare, quindi quando origlia i rumori che provengono dalla camera della figlia, riescono ad avere un rapporto sessuale, senza queste condizioni invece la coppia non riesce ad avere un rapporto. Parliamo di maltrattamento? Questo è un cattivo trattamento. Si tratta di sfruttare la sessualità dell’adolescente per far funzionare la coppia di genitori. Erano delle persone con le quali era possibile discutere, siamo riusciti a parlarne anche con la figlia, riuscendo a negoziare per la figlia una sessualità propria, senza il padre in ascolto. Ci sono certe situazioni nelle quali i genitori possono maltrattare gli adolescenti senza toccarli, senza intervenire. Ma l’adolescente obbliga i genitori a fare un bilancio genitoriale, un bilancio coniugale e un bilancio personale e sociale. Questa è una grossa domanda. È il bilancio di metà della vita e non ci sono molti genitori disposti a fare questo tipo di bilancio. È molto importante. Ho dato questo esempio di risonanza emotiva dei genitori quando il loro bambino vive le prime esperienze sessuali. Se ritorno sull’argomento, è perchè spesso le lotte per il permesso sono quelle predilette nel quadro delle terapie. Non si è mai visto un adolescente che chiede il permesso per tornare alle dieci di sera e i genitori gli propongano le due del mattino. È sempre il contrario, alla fine si contratta e ci si accorda per la mezzanotte. Questo mercanteggiare è estremamente simbolico, poiché vi si vede che l’adolescente è impregnato da una forza che io chiamo “familifuga” (da forza centrifuga, ndt), mentre i genitori da una forza “familipeta” (da forza centripeta, ndt). Ciò che significa che il desiderio del bambino (figlio) è quello di partire, mentre per i genitori è importante che egli non se ne vada, che stia con loro. Infatti, la parola che si ripete più sovente a un bambino di un anno è “vieni qui!” Perchè la forza di un bambino di uno, due anni è di partire altrove.

 

Ma ora vorrei vedere con voi quali sono le responsabilità degli adulti? E per questo motivo voglio fare riferimento alla filosofa Hannah Arendt che nata nel 1906 ed è morta nel 1975 per rispondere a questa domanda. Lei ci dice “Con il concepimento e la nascita, i genitori non solo donano la vita ai loro figli, ma allo stesso tempo li introducono al mondo. Educandoli assumono la responsabilità della vita e dello sviluppo del bambino, ma anche quella della continuazione del mondo. Il bambino ha bisogno di essere protetto e curato per evitare che il mondo possa distruggerlo, ma anche questo mondo ha bisogno di una protezione che gli impedisca di essere devastato e distrutto dall’onda d’urto costituita dai nuovi arrivati, che dilaga su di lui a ogni nuova generazione”.

Questo passaggio tratto da “La crise de la culture” (1972) mostra bene la nostra responsabilità come adulti nei confronti del mondo in cui viviamo. Non si tratta solo di lasciare in eredità ai bambini un mondo più pulito e sano di quello attuale, ma questi nuovi venuti – che s’infrangono su di lui a ogni generazione - possono distruggerlo, dunque noi adulti siamo corresponsabili per questo mondo a diversi livelli.

Abbiamo un dovere etico e politico e dobbiamo prendere coscienza di ciò, educare significa fare politica. Educare eticamente – abbiamo parlato prima di morale, non voglio parlare di morale, bensì di etica, il che significa io con la mia coscienza nella mia azione civica, sociale e professionale.

Parliamo ora dell’etica della comunicazione familiare e guardiamo che tipo di etica c’è nella comunicazione familiare. Per iniziare prendiamo l’esempio di una comunicazione e di un’educazione coercitiva e vincolante, cioè un’educazione tramite la quale il messaggio che passa è: non sei competente, non si può avere fiducia in te, sei motivato unicamente da cose negative, non sai cosa sia buono o cattivo per te. I giovani non possono far fronte alla vita cercando di essere apprezzati tramite il giudizio altrui. Quando i genitori si chiedono perché i figli non li ascoltano, dovrebbero rispondersi che gli adolescenti non li ascoltano perché a loro volta non vengono ascoltati. Gli adolescenti devono valutarsi, vedersi attraverso gli occhi di qualcuno che non sia la loro famiglia, poiché l’immagine che ricevono di sé da parte della famiglia è molto complicata. D’altra parte c’è anche una comunicazione basata sul sostegno e l’appoggio, nella quale il giovane si sente dire che è competente e pronto per decidere, degno di fiducia, capace di comportarsi in modo appropriato, anche quando si sta comportando inadeguatamente. Questa consapevolezza di essere in grado di comportarsi in modo appropriato è una grandissima ricchezza. I giovani sono in grado di affrontare la vita avendo fiducia nel proprio giudizio.

Oggi abbiamo un problema relazionale adulto-adolescente, ma ci sono delle strategie per cercare di migliorare la comunicazione. Per prima cosa, parlare in termini di realtà e non di verità, questi non sono sinonimi. La verità è una e unica, di realtà possono esisterne molteplici, esse possono coesistere. Durante le conversazioni è importante validare, spesso si dimentica di farlo. Validare non vuol dire né approvare né accettare, significa dire “messaggio ricevuto”. Tacere mentre un adolescente ci parla significa fargli un regalo.

Ho avuto una situazione di una famiglia che è venuta a consultarmi: mamma, papà, una figlia e un figlio di quattordici anni. Il padre pesava almeno cento chili, era imponente, alto un metro e novanta, i figli erano inibiti e quasi balbettavano. Il padre diceva che il figlio non obbediva – il padre voleva dal figlio tutto ciò che normalmente ci si aspetta da un cane - borbottava. Questo padre continuava a fare delle critiche. La moglie affermava di “non poterne più”. Poi ho trasformato il quadro della situazione: ho deciso di parlare da solo con il figlio, che affermava di non poter parlare con il padre. In due sedute abbiamo preparato un discorso che avrebbe poi tenuto di fronte al resto della famiglia, un discorso corretto e rispettoso, nel quale esponeva le sue difficoltà. Il giorno in cui la famiglia si è riunita mi sono seduto di fianco al ragazzo, gli ho posato una mano sulla spalla dicendogli che poteva cominciare. Era molto emozionato, le parole non gli uscivano facilmente dalla bocca. Il padre a questo punto si è alzato con uno scatto dalla sedia sulla quale era seduto e gli ha detto “taci quando mi parli”, era straordinario. Ho avuto la presenza di spirito di proporre che, per equilibrare un pochino la famiglia, il padre avrebbe potuto sedersi su un piccolo sgabello, in modo che si trovasse con lo sguardo a livello degli altri. Pian piano ho cominciato a lavorare con questa famiglia, ma questa esplosione del padre è significativa e mette in evidenza come egli maltrattasse il figlio quattordicenne.

Penso che noi adulti dovremmo fermare la conversazione prima che degeneri, ma essa deve essere ripresa in seguito. Ma questa deve essere ripresa, mentre troppo spesso invece non lo è. Non bisognerebbe lasciarsi tenere in ostaggio dai giovani, spesso i genitori sono terrorizzati dagli adolescenti, questa situazione di terrorizzati dona potere al “terrorista” ed eventualmente fa diventare un “terrorista” il ragazzo. Lasciarsi tenere in ostaggio significa cedergli del potere che non sa utilizzare. I genitori, gli adulti, possiamo essere di malumore, ma l’importante è scusarci, se non si comportiamo in modo corretto, anche se gli adolescenti non sanno scusarsi.

Ho visto una famiglia che è venuta a consultarmi, con un ragazzo che si è presentato con degli occhiali neri, con il cappuccio calato sulla testa. Erano due genitori con due figli maschi. Ho detto ai genitori che mi sarebbe piaciuto molto vedere il viso del ragazzo. I genitori gli hanno detto di togliere gli occhiali e abbassare il cappuccio. Lui ha risposto, in piena seduta, che non voleva. Ho chiesto ai genitori di unirsi per fare il necessario affinché il figlio facesse ciò che gli era stato chiesto. Il figlio ha ribadito la sua posizione, chiedendo al padre: “io ti ho chiesto di toglierti la tua cravatta” in modo molto provocatorio. Il padre gli ha risposto di no e il figlio gli ha detto “allora togliti la cravatta”, il padre si è alzato e l’ha tolta, poi gli ha detto, tocca a te abbassare il cappuccio. Il figlio gli ha risposto: “non sono mica così obbediente”. Abbiamo proseguito la seduta, con cappuccio e occhiali sul volto del giovane, senza problemi. Ma ciò mi ha permesso di vedere a che punto il giovane aveva preso il potere nella gerarchia familiare.

Credo che a volte tentiamo di essere troppo razionali con gli adolescenti, è una perdita di tempo, bisogna restare concreti, reali, con delle frasi corte e concrete, non cerchiamo di spiegare. Questo processo non per forza migliora il dialogo. La spiegazione può avvenire in seguito, se l’adolescente la vuole.

Bisogna aiutare i giovani a salvare la faccia, ed è una cosa molto difficile da portare a termine. Inoltre gli stati d’animo dell’adolescente dovrebbero suscitare più compassione e meno irritazione, se siamo abbastanza adulti, possiamo trasformare l’irritazione in compassione, e come adulti possiamo darci da fare. Penso che grazie a questo espediente potremmo comunicare meglio.

Bisogna distinguere bene i progetti dalla realizzazione, l’immaginario dagli atti. Mi hanno portato un ragazzino che a tredici anni voleva andare al “MAD”, una discoteca di Losanna molto alla moda, dove si può entrare solo se maggiorenni, ma lui voleva andarci a tutti i costi. Gli ho chiesto di spiegarmi cosa fosse questo posto e lui, davanti ai genitori mi ha raccontato cosa fosse, di quanto fantastiche siano le luci, gli stroboscopi, la musica e altre cose. Gli ho detto che doveva essere stupendo e che avrei voluto andarci anch’io, anche se non ho più l’età per fare certe cose. Gli ho chiesto come facesse a sapere tutto ciò e lui mi ha risposto che suo fratello di diciotto anni ci andava tutti i sabato sera e, la domenica, gli raccontava come fosse la discoteca. Gli ho detto che era fortunato d’avere un fratello di diciotto anni che gli descriveva tutto ciò, ma che sfortunatamente gli mancavano cinque anni per potersi recare al “MAD”. Lui era tranquillo, ma perché io ho accettato il fatto che volesse andarci, visto che era così bello. I suoi genitori dicevano solo di no, senza che potesse terminare le sue frasi, si trattava dell’immaginario.

In seguito ci sono “I crediti di fiducia reciproca” che come tutti i crediti aumentano se si ottiene qualcosa in scambio e favoriscono la coevoluzione familiare. La grande trappola dell’adolescente è la scalata. Ci sono due tipi di scalata: c’è la scalata complementare, ovvero continuare a dare generando l’aumento della domanda. Al giorno d’oggi nella famiglia regna l’economia e ci sono genitori che sono convinti che più danno ai figli, più saranno tranquilli, ma non è così. C’è anche la scalata reciproca, ovvero l’ostilità che crea ostilità. Per finire l’adolescente è una sfida politica per gli adulti, smettiamo di far credere ai giovani che la famiglia è una democrazia, non lo è nemmeno la scuola. Gli adolescenti non sono cittadini e la democrazia riguarda solo questi ultimi. La famiglia è un dispotismo illuminato, non una democrazia, un dispotismo illuminato è quanto faceva Federico II di Prussia: aveva molti ministri, saggi, ma era sempre lui a prendere le decisioni. Sono pericolosi gli adulti demagogici o democratici che trattano i figli da amico ad amico. È estremamente pericoloso e può diventare una trappola per l’adulto. Il bambino ha bisogno di adulti, e aggiungerei l’utilità di essere un adulto cretino affinché egli possa definirsi come una persona che si cerca, che si fa delle domande, persona in divenire.

 

DOMANDE:

 

Vi racconterò una storia (non ci sono domande):

Una donna è venuta a consultarmi come pediatra, con suo figlio. La donna aveva un cerotto sulla fronte, mi ha detto che dovevo curare suo figlio che era diventato matto e mi ha spiegato che           la ferita gliel’aveva procurata lui e togliendosi il cerotto mi ha mostrato che aveva una cucitura di tre punti. Le ho chiesto come fosse successo e lei mi ha spiegato che aveva chiamato il figlio per mangiare. Lei mi ha spiegato che lui non arrivava e lei era andata nella sua camera per dirgli di scendere che la cena era in tavola, a questo punto il ragazzo le aveva scagliato contro uno sgabello. Ho visto che allo stesso tempo il ragazzo faceva segno di no. È questa la fortuna di vedere contemporaneamente madre e figlio. Ho chiesto alla madre di darmi più dettagli, che non sono arrivati. Ho chiesto allora al figlio di raccontarmi la sua versione e lui mi ha detto di sì, mi ha raccontato che era in camera sua da circa un’ora, sua madre l’aveva chiamato – ha ammesso -, ma lui continuava con il suo computer, ma che la madre, una volta in camera aveva staccato la presa del computer sul quale lui stava lavorando senza aver salvato il suo lavoro; il giovane ha affermato che di fronte a questa violenza aveva picchiato la madre con lo sgabello.

Se fossi rimasto al racconto della madre avrei preso per un mostro l’adolescente. Tramite il racconto di quest’ultimo ho capito che in famiglia c’era un dialogo basato sulla violenza, anche se ciò non fa diventare meno mostruoso il gesto del ragazzo. Non era il ragazzo a dover essere curato, quanto la relazione. Questo va sottolineato. Ci sono molti adolescenti che non hanno bisogno di essere curati, e di adulti che non hanno bisogno di cure.  Ma ci sono molte relazioni che vanno curate. E questa relazione è la manifestazione dell’intersoggettività, è questo spazio all’interno dei soggetti.

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